Wild Mazzini - Lisa Borgenheimer - 2018. Performance. Torino

Oltre la caverna (di Platone)

2018/10/09

Lisa Borgenheimer è designer e ricercatrice presso l’Università di Bolzano dove si occupa di information design e visual storytelling. Nell’ambito del suo lavoro è nata l’installazione Silhouettes – A story of shadows, ospitata da Wild Mazzini dal 2 all’8 ottobre, in occasione di Incanti, festival del teatro di figura.

Il progetto, del quale si rintracciano le radici nell’antico teatro delle ombre cinesi, ricorda un gioco di ruolo: interattivo, grazie ad un intuitivo sistema di notazione magnetico, e multimediale, per l’impiego di tool come i QR code, che consentono il movimento delle figure disposte sui pannelli. Le figure, le silhouettes appunto, sono ombre realizzate con le mani, che rimandano di volta in volta ad un paesaggio, un animale, un figura umana o un elemento architettonico: più che rappresentarle però le ricordano, come fossero delle impronte.
Il gesto con cui riproduciamo il classico coniglietto, grazie ad una fonte di luce posizionata in fronte alle mani in movimento, è la sintesi degli aspetti più caratterizzanti del coniglio e funge così da sintesi di tutti i conigli. L’ombra diventa così un prodotto di design dalla valenza universale, ma del tutto impalpabile.

In contemporanea all’installazione della Borgenheimer, Drew Colby con il suo spettacolo Cinema in Silhouette, portato in anteprima assoluta a Incanti, ha fatto luce (ed è proprio il caso di dire, anche “ombra”) proprio sulla trasversalità culturale del teatro d’ombre. Il performer inglese, partendo dalle ombre con cui gli uomini primitivi descrivevano gli animali che incontravano, ha messo in scena giocando con i suoni e i colori della luce una vera e propria galleria di quadri in cui tutti gli elementi narrativi erano immediatamente riconoscibili, anche senza il supporto verbale.

Non solo la luce dunque è sinonimo di conoscenza, lo è anche l’ombra. Superando il mito della caverna di Platone, l’ombra può aiutarci a leggere il tempo, come le lunghe meridiane nei dipinti di De Chirico, e diventare il luogo della sintassi: un corpo opaco e una “riserva di senso e di sorprese”, come scrive il semiologo Paolo Fabbri. E allora, Fiat umbra!